Preziosità adriatiche

dsc_0746Nel lungo flusso di traffico della Statale Romea che unisce Venezia a Ravenna, in quell’immensa distesa formata dal Delta del Po, appare improvviso un alto campanile che svetta verso il cielo aprendosi sempre più verso l’alto in aperture che permettono di vedere la terra che si estende intorno ad esso e il cielo che spazia infinito. E’ questo il segno più immediato dell’antica abbazia di Pomposa, fondata da monaci benedettini provenienti da San Colombano di Bobbio nel VI – VII secolo in quella che allora era una vera e propria isola tra due rami del Po, luogo ideale di ritiro e di preghiera. Nelle lunghe traversie del Medioevo l’abbazia prosperò come luogo di cultura e come possidente terriero, accogliendo fondi e donazioni da tutta Italia, e nel corso dei secoli la piccola comunità monastica si ingrandì e costruì una chiesa più adatta alle proprie esigenze. L’attuale chiesa basilicale di Santa Maria fu costruita intorno al 1000, e circa un secolo dopo il Maestro Mazullo vi aggiunse un ricco portico di entrata (nartece in termine bizantino) che richiamasse le ricche chiese di Ravenna e di Costantinopoli.dsc_0747

Per quanto legato, nella sua interezza, alla semplicità romanica il nartece si richiama ad un gusto orientale per gli inserti decorativi in marmi pregiati che formano un ricco serraglio di pietra in cui vivono animali degni di una corte imperiale.

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L’interno della chiesa costituisce un’ulteriore sorpresa per la ricchezza della decorazione e soprattutto per la sua varietà e complessità. La sontuosità dell’abbazia nel pieno Medioevo è immediatamente testimoniata dal pavimento cosmatesco, realizzato anch’esso tra l’XI e il XII secolo, al momento dell’edificazione della chiesa.

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Più tarda è invece la sconvolgente decorazione a fresco, opera probabilmente della bottega di Vitale da Bologna, emulo e studioso della pittura di Giotto (nel cantiere di Pomposa, intorno al 1350, ebbe forse occasione di incontrare Pietro da Rimini, allievo diretto del grande maestro toscano che operava invece nel refettorio).

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Il ciclo pittorico di Vitale costituisce quasi un unicum nella storia della pittura per la sua complessità iconografica: si tratta di uno dei pochi cicli pittorici che abbracciano per intero l’arco della storia biblica, affrontando soggetti legati all’Antico Testamento, al Nuovo Testamento e infine all’Apocalisse. Raramente nella storia dell’arte si è tentato di costruire una sintesi grafica di questi tre elementi della storia sacra; probabilmente il primo a tentare di realizzare un ciclo così complesso – perché richiede una grande erudizione legata alla capacità immaginativa di concepire un insieme tanto articolato – fu proprio il maestro Giotto, che dipinse un grande ciclo ora perduto, se non per pochissimi frammenti, in Santa Chiara a Napoli. La grande realizzazione di Vitale da Bologna, che si situa intorno alla metà del XIV secolo precede di circa 30 anni il terzo tentativo di realizzare una grande storia biblica, quello di Giusto de’ Menabuoi nel Battistero del Duomo di Padova.

Ciò che differenzia il ciclo di Pomposa dagli altri due è l’ambiente della committenza, almeno ad un primo sguardo: si tratta infatti in questo caso di un luogo esclusivamente religioso, monastico in particolare, mentre Giotto lavorava per il re di Napoli, Roberto d’Angiò e Giusto per Fina Buzzaccarini, moglie di Francesco il Vecchio da Carrara signore di Padova.  La suddivisione del tempo biblico in tre momenti distinti (Antico Patto, Nuovo Patto, Tempi Finali) si richiama alla visione ternaria della storia prospettata dal profeta calabrese Gioacchino da Fiore (1130-1202), che vedeva la necessità di un grande cambiamento nella religione e nella politica, che avrebbero aperto una nuova era, l’età dello Spirito Santo in cui tutti i rapporti tra Dio e gli uomini, che nella mente medievale avvenivano attraverso la Chiesa e l’Impero, sarebbero cambiati. Molti videro nell’arrivo di san Francesco d’Assisi il segno materiale che una nuova era religiosa era iniziata, ma Gioacchino aveva previsto anche l’arrivo di un “imperatore angelico” che avrebbe condotto il mondo in una nuova era e probabilmente sia Roberto di Napoli che Francesco da Carrara miravano a identificarsi in quella figura quando commissionarono a Giotto e a Giusto de’Menabuoi i loro cicli pittorici.

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Ciclo dell’Apocalisse, la Donna vestita di Sole (simbolo della Chiesa) minacciata dalla Bestia

A Pomposa, invece, la prospettiva è diversa, probabilmente influenzata da una visione esclusivamente ecclesiastica, in un periodo in cui la Chiesa viveva gli ultimi momenti della cattività avignonese e affrontava le prime esperienze di riforma che per almeno altri due secoli avrebbero portato una grande attività spirituale all’interno dell’apparato ecclesiastico.

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Il ciclo si conclude idealmente con un Giudizio Universale in cui quasi tutti i personaggi coinvolti sono ecclesiastici e in cui appare fondamentale per entrare nel regno dei cieli l’intermediazione di san Guido, abate pomposiano, che accoglie le anime rivestito del suo saio benedettino.

Completano il percorso di visita all’antica abbazia la ricchissima sala capitolare, luogo di riunione dei monaci, con affreschi chiaramente di ambito giottesco, probabilmente bolognese, in cui una intensa Crocifissione è circondata dalle figure a monocromo di santi e profeti.

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Sala Capitolare, profeti

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Sala Capitolare, Crocifissione

 

Il Museo dell’Abbazia raccoglie tutto il materiale recuperato che probabilmente componeva la decorazione della chiesa prima dell’intervento di Vitale da Bologna.

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Inserisci una didascalia

Infine il refettorio era impreziosito da affreschi dei discepoli riminesi di Giotto, probabilmente guidati da Pietro da Rimini, che fondono le influenze del maestro in un’atmosfera che anticipa già il pieno rinascimento.

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Refettorio, Ultima Cena

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Refettorio, decorazione

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8 chiese per Venezia

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Cima da Conegliano, incredulità di Tommaso con il vescovo Magno, Gallerie dell’Accademia (1492)

Vuole la leggenda che Magno, vescovo di Oderzo, fuggisse dalla città in seguito all’invasione longobarda nel 638 dopo Cristo per fondare una nuova città sicura nella laguna a cui diede nome Eraclea e in cui trasferì la sede del suo vescovado. Così facendo, si trovò ad evangelizzare anche gli abitati corrispondenti all’attuale perimetro urbano di Venezia.

Il vescovo visitò le diverse comunità, che pare avessero già una loro guida spirituale: la leggenda vuole che la fondazione di Venezia coincida con la consacrazione della chiesa di San Giacometto a Rialto il 25 marzo del  421 dopo Cristo. Nel suo viaggio fra le isole della laguna, Magno ebbe otto visioni di santi in luoghi particolari che lo spinsero a gettare le fondamenta di altrettante chiese, che divennero così il nucleo di una nuova “città santa”.

Molte di queste chiese si trovano nell’area che sarà il cuore della città:  San Salvador, Santa Maria Formosa, San Giovanni in Bragora, San Zaccaria, Santi Apostoli e Santa Giustina (l’unica delle fondazioni di Magno a non essere più una chiesa aperta al culto, è attualmente sede del liceo scientifico Benedetti). Queste sei chiese sorgono tutte intorno al nucleo centrale Rialto – San Marco, che diventerà lentamente il cuore della Venezia medievale, con il trasferimento del corpo di San Marco e la fondazione della basilica nel IX secolo e successivamente con il grande restyiling urbanistico operato dal doge Pietro Ziani (1205 – 1229), che segnò il proprio ruolo di nuovo fondatore di Venezia (entrò significativamente in carica dopo la Crociata del 1204) proprio traslando il corpo di Magno da Eraclea alla chiesa di San Geremia (il corpo tornò ad Eraclea nel XX secolo).

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La facciata di San Giovanni in Bragora. La chiesa sorgeva in terreno paludoso (Bragora)

 

In posizione eccentrica, invece, il vescovo fondò la chiesa dell’Anzolo Raffaele e quella che sarebbe stata la prima sede vescovile e patriarcale di Venezia, San Pietro di Castello.

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San Pietro di Castello

 

Questa situazione ci dà un’idea della Venezia delle origini, raccolta intorno al sicuro “Rivus Altus”, ma già propensa ad un’espansione in tutta l’area che vedrà nascere la città medievale e moderna.

Significativa è anche l’intitolazione di una delle chiese a Santa Giustina, che era la titolare di quella che nel periodo tardo antico era la più importante e prestigiosa chiesa di Padova, città che nel 601 era stata, vogliono le cronache, completamente rasa al suolo dai Longobardi di Agilulfo. Questo dato ci mostra come fosse importante, allora, segnare un legame di discendenza diretta fra Padova e Venezia.

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L’ex-chiesa di Santa Giustina a Venezia

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Il sacello di Opilione, ciò che resta della prima Basilica di Santa Giustina a Padova

 

Piccola storia della pittura in Veneto: Giotto

giottoScrovegni“Credette Cimabue ne la pittura/ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,/si che la fama di colui è scura. ” (Dante, Purgatorio, XI, 94-96)

Se consideriamo Giotto il capostipite della pittura “moderna” dobbiamo considerare al tempo stesso particolarmente importante l’esperienza padovana del pittore come il punto fondamentale di svolta della sua carriera.

Giotto si afferma nel mondo della pittura intorno al 1290 quando partecipa alla grande impresa collettiva della sua epoca: la decorazione della grande basilica francescana di Assisi. Completata intorno al 1250, la chiesa di San Francesco è una sorta di simbolo dei tempi che cambiano, con la sua costruzione viene anche inaugurato un nuovo stile architettonico, che prende il nome dagli ordini mendicanti, nati nella prima metà del Tredicesimo secolo al seguito di personalità carismatiche come Francesco e Domenico. Si tratta di un nuovo tipo di chiese, adatte ad accogliere un gran numero di fedeli, che devono tutti essere in grado di ascoltare i sermoni dei predicatori, ma al tempo stesso devono essere circondati da immagini edificanti che facciano da eco a quelle parole.

Assisi bas sup_001_FotoCiolLa basilica di Assisi è il simbolo più evidente di una chiesa che vuole rinnovarsi e aprirsi a strati sempre più ampi di popolazione, ed è la stessa Curia papale a mettersi in gioco allestendo una vera e propria “squadra” con i migliori artisti del tempo per la decorazione della basilica assisiate. Vengono dunque ingaggiati i migliori pittori romani del tempo, Jacopo Torriani, Filippo Rusuti e soprattutto Pietro Cavallini, singolare maestro capace di eccellere sia nella realizzazione di mosaici che nell’affresco.

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Pietro Cavallini, Giudizio Universale, Roma, Santa Cecilia.

Giotto e il suo maestro Cimabue, fiorentini che si trovavano a Roma proprio per aggiornarsi confrontandosi con questi maestri vengono anche loro convocati al cantiere. A questi artisti si unisce molto probabilmente anche il poliedrico Arnolfo di Cambio, vero genio artistico capace di eccellere sia nell’architettura che nella scultura che nella pittura.

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Arnolfo di Cambio e Nicola Pisano. Perugia, Fontana Maggiore

Se quello di Assisi fu un lavoro di equipe a cui Giotto partecipò di fatto come apprendista che imparava una nuova “maniera” pittorica (per dirla alla Vasari), fu a Padova che l’artista diede per la prima volta prova di aver superato tutti i maestri che lo avevano preceduto, dando così modo a Dante di celebrarlo come il migliore fra i pittori viventi.

Giotto giunse a Padova ancora una volta dietro invito dell’ordine francescano, che lo convocò per decorare alcuni ambienti all’interno della Basilica di Sant’Antonio. Di questo lavoro purtroppo rimangono pochi frammenti, ma è la commissione successiva a rimanere nella storia. Si dice che Enrico Scrovegni volesse costruire una cappella dedicata alla Vergine come espiazione per i peccati del padre Reginaldo, noto usuraio. Definizione difficile. Difficile definire il concetto di “usura” in una società in cui stanno comparendo i primi banchieri che noi definiremmo “privati”. Così come per noi è difficile comprendere i meccanismi che costituivano le basi della società medievale.

imagesEnrico Scrovegni era sicuramente un uomo colto, aggiornato sulle ultime novità in campo artistico e teologico, tanto che oltre a Giotto, convoca a lavorare per lui anche il più grande scultore del tempo, Giovanni Pisano (nella foto, qui di fianco).

chris20Il lavoro di Giotto è una fusione di realismo, come si evince soprattutto dalle scene di compianto del Cristo, in cui gli angeli mostrano l’intera gamma delle espressioni di dolore, così come umanissimo è il dolore delle madri che piangono la morte dei figli nella strage degli innocenti.

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Strage degli innocenti, per la prima volta nella storia dell’arte, compare una lacrima…

O tenerissimo è il bacio fra i due anziani innamorati, Anna e Gioacchino, i genitori di Maria, che si incontrano dopo essere stati lontani per mesi.

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Così come umanissima è la resa della nascita di Maria, in cui vediamo descritti con precisione assoluta i primi momenti di vita della neonata, a cui la levatrice schiaccia il naso per aiutarla a respirare.

Questa nascita umana è contrapposta alla natività di Cristo, che dimostra subito la sua eccezionalità in quanto Giotto lo rappresenta subito come attento alla realtà circostante, in un modo che non ha nulla di umano, ma è segno di perfezione ultraterrena.

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Nascita di Maria, particolare

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Natività di Gesù, particolare

Per saperne di più su questi e altri particolari, Villeggiare sta organizzando una visita guidata alla Cappella degli Scrovegni per il 16 maggio 2015. Per maggiori informazioni contattateci a: info@villeggiare.org

L’Abbazia di Praglia

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Uscendo da Padova in direzione sud-ovest verso i Colli Euganei ,dopo poco più di dieci km, in località Teolo si incontra l’imponente mole dell’Abbazia di Praglia.

L’abbazia, ancora immersa nel verde delle svariate coltivazioni curate dai monaci benedettini ha ormai una storia lunga quasi un millennio. Pare infatti sia stata fondata intorno al 1080, in un momento storico in cui, cessate le incursioni degli Ungari e rafforzato il potere delle famiglie nobili circostanti, il territorio padovano cominciava finalmente a uscire dalla lunga crisi che lo aveva investito con la distruzione della città capoluogo ad opera dei Longobardi nel 601 d. C.

E’ intorno all’anno 1000 che i monaci benedettini si stanziano a Padova, dapprima nella grande area di Santa Giustina, che allora era al di fuori delle mura cittadine, poi nel territorio, dove stabiliscono numerose “corti”, ad esempio a Correzzola e Candiana e poi lungo il corso dell’Adige. Le corti sono delle enormi aziende agricole, destinate a bonificare un territorio che secoli di incuria avevano reso spesso incolto, un vero e proprio coacervo di paludi e boschi non coltivabili. Il ruolo dei monaci benedettini, caratterizzati dalla loro regola “ora et labora”, prega e fatica, diventano grandi organizzatori e trasformano lentamente queste zone improduttive in terreni arativi e frutteti e intorno ai loro monasteri si sviluppano e ingrandiscono sempre di più nuove comunità rurali che diventeranno i paesi che ancora abitiamo oggi.

1239738_443340819119216_824714906_nNaturalmente questa grande attività di imprenditorialità agricola portava anche potere e grande liquidità nelle casse dei monaci, che poterono così finanziare a Praglia (nome che pare ricordi i grandi prati dei monaci) una delle più belle biblioteche dell’Italia settentrionale, il cui soffitto ha la caratteristica forma ottagonale che ricorda come sia necessario lavorare incessantemente per 6 giorni, dedicare il settimo al riposo e infine “resuscitare” l’ottavo per ricominciare un nuovo compito.

??????????Stupendo è poi il grande chiostro pensile, che si trova come sospeso al primo piano del complesso abbaziale e costituisce il luogo di meditazione principale per i monaci, esso fu concepito e realizzato dalla grande bottega di scultori/architetti veneziani dei Lombardo fra Quattro e Cinquecento.

 

 

Anche la grande chiesa abbaziale, dedicata alla Vergine, è stata progettata dai Lombardo nello stesso periodo ed è stata poi completata da Andrea Moroni, Essa conserva nell’abside una splendida e potente Resurrezione, affresco opera  del più grande pittore manierista padovano Domenico Campagnola.

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A tutt’oggi la grande abbazia continua a produrre libri miniati (è sede di un importantissimo centro di restauro) e ad offrire ai suoi visitatori prodotti di erboristeria con quanto viene coltivato dai monaci che ancora seguono l’antica regola di san Benedetto.

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Un uomo singolare

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Nel sestiere di San Marco, nell’intrico di calli che conducono alla grande piazza, si trova il Campo San Zulian con l’omonima chiesa. Il campo è piccolo, gli edifici sono ammassati e la facciata risulta nascosta alla vista. Facciata che costituisce quasi la rappresentazione marmorea di un trattato di architettura classica. E’ opera di Jacopo Sansovino, che iscrive nella pietra tutta la sapienza pratica di un uomo che ha cercato per tutta la vita di riportare alla luce i principi architettonici di Vitruvio, il principe degli architetti romani. Archi, lesene, colonne compongono un mosaico che si innalza verso il cielo in composta armonia fino a culminare  nella cornice triangolare del timpano.

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Il finanziatore dell’impresa, nonché uno dei migliori amici  di Sansovino a Venezia è ritratto al di sopra del portale d’ingresso in una scultura bronzea di Alessandro Vittoria che accompagna i rilievi marmorei della facciata. Il suo nome è Tommaso Giannotti, poi conosciuto con il cognome di Rangoni. Umanista, filosofo, medico, astrologo, erede della tradizione aristotelica padovana e allievo diretto di Pietro Pomponazzi, Rangoni divenne un professionista stimato e ricco, conosciuto nei circoli politici e culturali più importanti del suo tempo.

La raffigurazione diretta sulla facciata di una chiesa è cosa rara, soprattutto in una città come Venezia che rifuggiva i personalismi, ma a San Giuliano il committente si fa ritrarre accompagnato da un’iscrizione che data il momento chiave del suo intervento nell’architettura della chiesa con riferimento alla data della creazione del mondo. L’atto di creazione artistica viene dunque in qualche modo paragonato all’atto della Creazione con la maiuscola, senza specificazione.

Le caratteristiche di Rangoni espresse nel ritratto di San Giuliano: la cultura, il gusto raffinato per gli artisti portatori di novità e un accentuato protagonismo si trovano anche nel suo secondo contributo importante alla storia dell’arte veneziana. Nel 1562 il nostro fu nominato “cavaliere di san Marco” e Guardian Grando della scuola del Santo e commissionò a Tintoretto tre quadri raffiguranti i miracoli di san Marco ad Alessandria, il trafugamento del suo corpo da parte dei mercanti veneziani e il miracolo del salvataggio del saraceno durante la traversata verso l’Italia. (nella foto)4mark

I tre quadri suscitarono numerose polemiche perchè il Rangoni aveva preso accordi con l’artista per essere ritratto in posizione preminente in ognuna delle tre tele. I confratelli non apprezzarono questa ennesima scelta personalistica dell’uomo che già aveva cercato di posizionare un proprio busto di bronzo sulla facciata quattrocentesca della Scuola (nella foto in basso) e alla fine del suo mandato rimandarono le tele a casa del committente, che però le rifiutò. A risolvere la situazione fu Tintoretto che si dichiarò disposto a ritoccare le opere eliminando i ritratti, così le tele furono collocate nella Scuola fino alla soppressione napoleonica della stessa e alla sua trasformazione in Ospedale Civile, quando i quadri furono trasportati alla Pinacoteca di Brera a Milano (i miracoli di san Marco) e alle Gallerie dell’Accademia (il trafugamento del corpo e il salvataggio del saraceno).Venezia_-_Ospedale_-_Foto_G._Dall'Orto,_2_lug_2006_-_03

Perché “vedere Venezia”?

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Se osserviamo le discussioni su giornali e media in genere sulla cultura e sui sistemi di esposizione notiamo che, specie negli ultimi tempi, essa si concentra sul sistema delle Soprintendenze e dei musei.

Si parla spesso di gestione aziendale dei beni culturali, del loro marketing, e poi, nella stessa frase, si dice che bisogna rifarsi ad un modello (inglese, francese, tedesco, a seconda di chi parla). Domandiamoci però una cosa: è così che deve funzionare? Se seguiamo un corso di marketing, anche semplice, viene spiegata una cosa: un prodotto si differenzia sul mercato sfruttando i propri punti di forza, le proprie peculiarità, la propria identità. Qual è l’identità italiana? Se andate a visitare una capitale straniera, specialmente nel nord dell’Europa, sarete inevitabilmente attirati nei grandi musei o in specifici monumenti identitari che costituiscono un simbolo della città o della nazione che li ospita.

Trasportiamo il modello in Italia e a Venezia e ci diremo che dobbiamo vedere Piazza San Marco o le Gallerie dell’Accademia. Eppure se ci muovessimo per Venezia con il solo scopo di visitare quei luoghi, ci mancherebbe qualcosa. Non ci si può muovere per una città con ponti e canali come ci si muove per una città che usa la metropolitana. Venezia è una città che aborre la linea retta, per andare dal punto A al punto B ci sono molte strade, e quella che sembra più breve molto spesso si interrompe. Palazzo Mastelli in Venedig

Tuttavia è proprio la non-linearità che costituisce il bello. Trovarsi di fronte l’inaspettato, lo sconosciuto, o forse semplicemente qualcosa che ha una storia propria e personale da raccontare e condividere. L’Italia si distingue dalle altre nazioni europee per essere stata a lungo un luogo di incontri e di scambi, di formazione di idee nuove e assolutamente non monolitiche e Venezia è qualcosa di unico proprio in questo: un luogo che muta continuamente nel tempo: una città con origini leggendarie, poi un pezzo di Oriente, poi città fantastica nelle sculture di Tullio Lombardo e nelle invenzioni pittoriche di Carpacciocarpaccio_029_vita_santo_stefano_1514, poi nuova Costantinopoli e terza Roma per Sansovino, poi invenzione barocca e infine splendore rococò nei sogni di Giambattista Tiepolo, che la vide, forse, come madre del futuro. Un futuro che continua a vivere nella città viva e scrostata di Giacomo Favretto Traghetto_della_Maddalena_500x290

O ancora le sincopate sinfonie di Luigi Nono, così adatte ad una città in continuo mutamento.

La nostra Associazione nasce con lo scopo di indicare e accompagnare le persone alla scoperta degli angoli, delle storie che essi raccontano, come viaggio alla scoperta di se stessi, della propria ricchezza culturale, delle possibilità di scoperta che ognuno di noi ha nella propria vita.

Venezia, il Veneto e poi, chissà, l’Italia e oltre sono il luogo ideale per questo viaggio: un crogiolo alchemico di storie e Storia che si riflettono nel territorio, anzi lo plasmano e costruiscono come luogo della vita per l’uomo. Per iniziare questo percorso, nell’autunno 2014 proponiamo quattro visite guidate a quattro chiese di Venezia, intese proprio come scrigni di storia, luoghi in cui l’esperienza umana ha costruito qualcosa di unico, che merita di essere ammirato e compreso per essere, per quanto possibile, costruito sotto nuove forme. Una Venezia scoperta rigorosamente a piedi, con tempi lunghi, per guardarsi intorno e approfondire il più possibile gli argomenti e le curiosità. Per chi fosse interessato a partecipare, pubblichiamo il volantino.

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Il ’500 inquieto

Di seguito riportiamo un articolo recensione della mostra che si apre oggi a Palazzo Sarcinelli. Villeggiare nelle prossime settimane organizzerà una visita guidata per chiunque fosse interessato.

Conegliano, un’esposizione a Palazzo Sarcinelli e itinerari fra palazzi e chiese: la scoperta di una corrente non allineata all’ortodossia

Francesco da Milano. Trittico di San Rocco.

Francesco da Milano. Trittico di San Rocco.

Una parentesi nel tempo, una spanna di terra, una mezzaluna di colline e campagne solcata dalle acque generose del Piave e del Sile, ricompresa tra Asolo a est e Oderzo a ovest, nei primi cinquant’anni del Cinquecento è stata grembo fecondo per una cultura di contaminazione e mutamento. Una storia di arte e pensiero raccontata da «Un Cinquecento inquieto. Da Cima da Conegliano al rogo di Riccardo Perucolo». La mostra, aperta dall’1 marzo fino al 8 giugno a Palazzo Sarcinelli di Conegliano, curata da Giandomenico Romanelli e Giorgio Fossaluzza e promossa dalla Città di Conegliano e Civita Tre Venezie, con la partecipazione della Regione del Veneto, narra con ampia testimonianza di opere, documenti, oggetti di culto, incunaboli, quella storia così poco nota e così ricca che caratterizzò la vita culturale e artistica del territorio coneglianese nella prima metà del XVI secolo. La data di partenza del percorso espositivo è il 1517, cioè la scomparsa di Cima da Conegliano – di lui in mostra il magnifico trittico di Navolè di Gorgo al Monticano – la data di arrivo è il 1568, anno della morte di Riccardo Perucolo, pittore e frescante – suoi affreschi sono nello stesso Palazzo Sarcinelli – bruciato sul rogo nella piazza dei mercati di Conegliano, per eresia, pittore al quale Romanelli ha dedicato il romanzo Il pittore prigioniero ora edito da Marsilio.

 

Leggi l’intero articolo su il Corriere del Veneto

Carnevale in Villa Pisani

Copia di 6944-59In occasione dell’apertura straordinaria gratuita di Villa Pisani a Stra il 9 marzo, l’associazione Villeggiare organizza una uscita con visita guidata.

Villa Pisani rappresenta uno dei complessi più importanti del Veneto; la  villa dimora di dogi, principi e imperatori affascina i visitatori per la maestosità delle sue stanze e per la ricchezza dei suoi arredi. Nel salone delle feste il grande pittore Giambattista Tiepolo ci regala una delle sue opere più importanti e ricche di fascino di tutta la sua carriera. Il parco si disvela al pubblico nella sua bellezza grazie alle architetture e alla ricchezza delle specie botaniche presenti al suo interno. All’interno del parco sarà anche possibile ammirare lo splendido labirinto vegetale, uno dei rari esempi rimasti in Europa.

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L’appuntamento è fissato all’ingresso della villa alle 9,30. La visita guidata inizierà con il piano nobile della villa posto al primo piano e proseguira con la visita al parco.

Per informazioni o prenotazioni:

mail: itinerari@villeggiare.org

Tel: 3246015920

POMERIGGI D’ARTE

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Pomeriggi d’arte 

è un’iniziativa che vuole fornire una possibilità di incontro e di condivisione di un’esperienza a persone con la passione per l’arte e lo stare insieme. Il viaggio ideale comincia a Rovigo, fra i misteri dell’Ossessione Nordica, prosegue a Ferrara con la vitalità e la luce di Matisse e si conclude a Vicenza, sull’inizio dell’estate, con una visita a Villa Valmarana ai Nani, affrescata da Giambattista e Giandomenico Tiepolo, ultimi cantori della nobiltà veneziana.

L’iniziativa coprirà l’intero periodo primaverile fino all’inizio dell’estate per chiudere insieme l’anno sociale in modo piacevole e interessante.

L’OSSESSIONE NORDICA

La nuova mostra di Palazzo Roverella cerca di ricreare lo stupore provocato alle prime biennali dall’esposizione delle opere dei pittori tedeschi, svizzeri, scandinavi. Il loro era un mondo di mistero e di antiche leggende che avevano luogo in selve oscure popolate di fate e esseri mitologici, di streghe e di incontri segreti alla luce della luna.

L’esposizione dei lavori di maestri come Böcklin e dei movimenti noti come “secessioni” lasciarono un segno indelebile nella mente e nelle opere dei giovani artisti che studiavano all’Accademia di Venezia. 

MATISSE LA FIGURA

Palazzo dei Diamanti, la splendida dimora cinquecentesca dei signori di Ferrara ospita nella primavera del 2014 alcune delle più belle opere di Henri Matisse, uno dei giganti della pittura moderna, uno dei pittori che insieme a Picasso, mutò il corso della storia dell’arte all’inizio del XX secolo, aprendo prospettive fino a quel momento sconosciute.

Vi proponiamo un viaggio nell’esplosione di vitalità e colore di un maestro della pittura, abbracciato dall’atmosfera calda e coinvolgente di Ferrara e dei suoi mattoni rossi.

VILLA VALMARANA AI NANI

Un viaggio nella leggenda e nella favola, ambientato negli anni del crepuscolo della Serenissima. Pare che il ricchissimo Giustino Valmarana, per non creare traumi psicologici all’amata figlia, la circondò di servitù di bassa statura e fece scolpire le statue del giardino a forma di nani. Nel secolo successivo la famiglia vicentina chiamò Giambattista Tiepolo, l’ultimo dei grandi della pittura veneziana per celebrare la propria gloria paragonandola a quella dei mitici guerrieri che liberarono Gerusalemme, le cui gesta furono cantate da Torquato Tasso. 

Visita alla Padova medievale

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La proposta dell’associazione Villeggiare è di due itinerari che siano in realtà uno solo, il secondo inizia dove il primo finisce e si propongono di presentare due momenti importanti della storia di Padova, quello della transizione dalla fase comunale a quella della signoria carrarese tra Due e Trecento e uno che invece si concentra sul periodo della venezianizzazione, tra Quattro e Cinquecento.

ITINERARIO A (mattina):

L’itinerario non segue una linea cronologica, ma geografica, il punto di partenza ritrovo è fissato ai Giardini dell’Arena, che segnerà anche la conclusione del percorso

Dopo un’introduzione la proposta è quella di visitare la CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI:

CHIESA DEGLI EREMITANI. L’intenzione è di soffermarsi sulle parti medievali della stessa, ma ovviamente non si potrà ignorare la cappella Ovetari con gli affreschi di Mantegna.

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Si cammina attraverso Piazza dei Signori, con un commento alla struttura della Piazza, che un tempo ospitava il palazzo dei Carraresi. Per proseguire verso piazza del Duomo, dove visiteremo il Battistero che ospita il ciclodi affreschi di Giusto de’Menabuoi.

 

ITINERARIO B (pomeriggio)

Duomo, dove si soffermeremo sulla struttura architettonica patrocinata da Alvise Cornaro, che ben simboleggia la transizione dalla Padova medievale a quella rinascimentale

Attraverso il quartiere dell’ex-ghetto ebraico ci dirigeremo verso la Loggia e Odeo Cornaro

 CI dirigeremo poi alla Basilica di S. Antonio con particolare attenzione a monumento al Gattamelata, altare con bronzi Donatello, tomba del Santo. E al ciclo di affreschi tizianeschi dell’attigua scoletta

Il nostro itinerario si conclude in Prato della Valle con la visita alla Basilica di S. Giustina, che racconta quasi tutta la storia della città, dagli inizi al 500, quando vi fu collocata la pala di Paolo Veronese.

Per informazioni sull’itinerario

Mail: info@villeggiare.org

Mobile: 3246015920