Padova e il 900. Una modernità a lungo attesa

Schermata 2016-04-04 alle 16.33.58-2Padova è una città complessa e multiforme, una realtà ormai trimillenaria che nel corso dei secoli ha più volte mutato volto. C’è la Padova Antica, che si esprime in segni sparsi, ma parla con voce più forte dalla basilica di Santa Giustina, che con il sacello di san Prosdocimo ricorda un cristianesimo antichissimo. C’è poi la padova comunale, la grande realtà che lotta contro Ezzelino III da Romano e edifica la grande basilica di Sant’Antonio e il meraviglioso Palazzo della Ragione, la realtà che si esprime attraverso la lingua dotta dell’Università e che, prima di abbandonare il palcoscenico, lascia un canto del cigno come la Cappella Scrovegni di Giotto, segno di un passaggio ad un’età nuova, quella dei “signori”. I Carraresi cambieranno il volto alla città rendendola una realtà fra le più importanti d’Italia e persino d’Europa, capace di dialogare con l’imperatore Carlo IV, e di attrarre un intellettuale di punta come Francesco Petrarca. Quest’epoca si eprime soprattutto nell’arte elegante e raffinata di Guariento e Giusto de’ Menabuoi, non solo meri eredi di Giotto, ma creatori di una lingua che profuma già di Rinascimento in pieno Trecento. Segue la Padova veneziana, la città rinascimentale, avvolta nelle sue mure, le più lunghe d’Europa, all’interno delle quali nasceva una città nuova, ricca di palazzi, ma soprattutto dedicata all’esplorazione scientifica con il suo antichissimo Orto Botanico e il Teatro Anatomico, segni di una medicina che cominciava ad essere scientifica in senso moderno, e infine è la Padova veneziana che si congeda con un grande segno urbano, la risistemazione del Prato della Valle, piazza antichissima ed amplissima, ad opera di Andrea Memmo ormai nel 1775.

prato-della-valle-770x335.png

Siamo in una Padova che sta già lottando per diventare moderna, che con Giuseppe Toaldo e Giovanni Poleni sta cercando di aprire nuove vie alla scienza, ma che vedrà tante difficoltà. Per il governo austriaco la modernità sarà soprattutto la linea ferroviaria, necessaria per trasportare merci e persone velocemente, ma anche per rompere il mito di Venezia città isola e “vergine”, scollegata dalla terra. Per Padova la ferrovia significherà miseria per le corporazioni dei barcaroli, soprattutto quelli del Portello, e il primo abbattimento delle mura veneziane, anche qui un simbolo perchè non a caso gli austriaci abbatteranno la Porta Codalunga per fare spazio alla stazione ferroviaria, proprio il luogo dove erano conservate le memorie della resistenza padovana all’assedio cinquecentesco di Massimiliano d’Asburgo, antenato dell’imperatore d’Austria. E non a caso Giuseppe Jappelli aveva proposto un progetto per la stazione che conservasse intatte le mura, ma fu trascurato, come gran parte dei progetti che l’architetto presentò per modernizzare la città nella prima metà dell’Ottocento.

2-codalung.jpg

La vecchia Porta Codalunga

Quando al governo austriaco succedette il Regno d’Italia, l’arte a Padova poteva riassumersi in un nome, quello di Pietro Selvatico. Sul conto di quest’uomo si è scritto molto e spesso in modo non troppo lusinghiero, eppure a lui si deve molto, in primo luogo il salvataggio degli affreschi di Giotto, che senza di lui sarebbero finiti in Inghilterra, poi la scoperta di frammenti dimenticati di affreschi giotteschi nella basilica del Santo, ma anche e soprattutto un ruolo di primo piano nella fondazione del Museo Civico e nella costituzione delle sue raccolte, ma anche l’istituzione di una scuola di alto artigianato che dura ancora oggi ed è stata una delle eccellenze cittadine per tanti anni. Sul piano artistico Selvatico ama il Medioevo, cosa non strana per un cultore di Giotto, in pittura è vicino alle posizioni di gruppi come i Nazareni e i Preraffaeliti, che hanno una visione mistico/religiosa della pittura, anche per il nostro il Medioevo, con la sua idea di Universalità è il modello giusto per una nazione che deve formarsi come è l’Italia di quegli anni. Questa predilezione si vedrà anche in architettura, l’arte di cui Selvatico si occupa maggiormente, sia in prima persona, sia attraverso investiture più o meno dirette alla realizzazione di alcuni edifici pubblici come la Loggia Amulea di Eugenio Maestri o il Palazzo delle Debite e il Museo Civico di Camillo Boito. Proprio quest’ultimo è considerato il “pupillo” di Selvatico e soprattutto l’ideatore, negli anni 90 dell’Ottocento, di uno stile “nazionale” che prende le mosse dal “neo-romanico” del suo maestro per gettare le basi di quello che presto, in tutta Europa, sarà chiamato stile liberty.

museo-al-santo

Il vecchio Museo Civico al Santo

In linea generale, il liberty può essere considerato come LO stile della modernità, quello che maggiormente rompe con le teorie artistiche (architettoniche) tradizionali, anche per la disponibilità di nuove tecnologie e materiali, come il cemento e il vetro di produzione industriale.

Siamo all’inizio del Ventesimo secolo, un’epoca che per forza di cose non può che percepirsi moderna e dunque vuole rompere con il passato. Succede anche a Padova, proprio nel 1900 viene eletta una nuova giunta comunale, che può essere definita progressista, che succede ad una amministrazione che, per quasi quarant’anni, era stata in mano ai moderati “cavouriani” della Destra Storica. Non è un rivoluzione epocale, si tratta sempre di un gruppo ristretto eletto da pochi aventi diritto, ma questa giunta possiede gli appoggi politici ed economici per attuare progetti di ammodernamento della città che “giravano nell’aria” da anni, in qualche caso da secoli.

Per comodità possiamo dire che Padova entra nel Novecento nel 1903, anno in cui Daniele Donghi realizza il cavalcavia Borgomagno che oltrepassa la linea ferroviaria vicino alla Stazione e apre lo sviluppo cittadino a nord, in un’area che prima non era considerata città. Al cavalcavia è direttamente collegata l’opera “simbolo” della nuova Padova: il rettifilo che dal centro cittadino (piazza Garibaldi) giunge alla Stazione ferroviaria.

E’ proprio qui che vediamo nascere una città nuova dal punto di vista architettonico, in un’impresa che ha come maggior protagonista, per numero di progetti, Gino Peressutti.

Peressutti giunge in città nel 1904, ha appena 21 anni, non è nemmeno laureato, ma è stato allievo di Raimondo D’Aronco il pioniere del liberty italiano e questo basta ai padri gesuiti per affidargli il cantiere del Collegio Universitario dell’Antonianum, la più completa forma architettonica liberty in città e nel repertorio dello stesso Peressutti. Per l’amministrazione comunale di Padova e per i committenti questo stile risulta presto essere “troppo”, troppo moderno, troppo estroso, già in palazzo Venezze, all’angolo di via Trieste con Corso del Popolo, Peressutti, dopo un primo progetto rifiutato dalla commissione cittadina di ornato, si accomoda su uno stile meno eccessivo, più tradizionale, che formalmente può essere definito eclettico. Grazie a questa scelta l’architetto sarà per trent’anni il massimo esponente del rinnovamento cittadino, che lo vedrà declinare i concetti di modernità in modo sempre nuovo, fino ad assumere un linguaggio “romano” nella progettazione di Piazza Spalato (ora Indipendenza), che accompagnerà l’ecclettismo funzionalista del quartiere Vanzo, la modernissima “Città Giardino”.

collegio antonianum

Il Collegio Antonianum, come appare oggi

Così, i più notevoli esempi architettonici sul nuovo rettifilo del Corso non portano la firma di Peressutti, ma sono l’albergo Italia, proprio di fronte alla stazione, di Primo Tertulliano Miozzo, il palazzo delle Poste centrali di Alessandro Peretti, capo ufficio tecnico del Comune e autore anche del Foro Boario in Prato della Valle, e soprattutto la sede della Cassa di Risparmio di Daniele Donghi, l’edificio che incarna il cuore della modernità, in quanto gran parte dei progetti urbanistici realizzati in questi anni possono partire proprio grazie ai finanziamenti della Cassa di Risparmio. È così soprattutto per l’altro grande progetto di Daniele Donghi, gli edifici universitari che ospiteranno le ammodernate facoltà di medicina ed ingegneria, divisi fra il corso del Piovego e le vicinanze dell’Ospedale Giustinianeo.

L’altro grande polo di innovazione in stile eclettico/liberty si trova nelle vicinanze della basilica di Sant’Antonio, al cui interno si trova il più significativo cantiere pittorico della città, quello che vede all’opera nel presbiterio e in alcune cappelle attigue allo stesso il decoratore Achille Casanova. Tuttavia è anche l’apertura della via dedicata a Luca Belludi che collega la basilica a Prato della Valle e che termina con la grande mole di Palazzo Sacerdoti, eretta da Augusto Berlese. Si tratta infatti di uno dei più classici esempi di liberty cittadino: il palazzo è infatti caratterizzato dalla grande torre che sporge verso la piazza. Molte ville e villette, soprattutto suburbane, di quest’epoca assumono infatti la forma della casa con torretta a rievocare il grandioso passato medievale della città e a istituire, proprio intorno alla cerchia di mura cinquecentesca appena scavalcata, una seconda barriera “fortificata”.

fd1924a938df4ceea75ef035bb205357

Palazzo Sacerdoti in Prato della Valle

Tuttavia l’onda della modernità continuerà a muoversi in senso centripeto lungo tutto il corso del Novecento.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s