Giovanni Bellini, umano e divino

138sacrPochi pittori rappresentano la propria epoca e il proprio ambiente in modo così caratteristico e pieno come Giovanni Bellini.

Due parole rappresentano immediatamente l’opera pittorica di questo grande artista: luce e oro. Chiunque pensi spiritualmente a Venezia, anche chi la conosce meglio, non può che collegarla mentalmente a questa impressione, la stessa che si ha quando si entra in quel luogo ideale che è la Basilica di San Marco: luce e oro.

Queste due parole descrivono immediatamente l’atmosfera veneziana, come dimostrano anche due delle più antiche testimonianze artistiche della laguna, i mosaici absidali di Torcello e Murano.

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Torcello, Basilica di Santa Maria Assunta, Abside

Queste due immagini della Vergine ammantata di blu su fondo oro sono, secondo Sergio Bettini, fondamentali per capire Venezia, la cui architettura è unica al mondo, perché pensata per una città sull’acqua, in cui la luce non arriva solo da una direzione, ma, riflettendosi sulla laguna, avvolge gli edifici. Il fondo oro dei mosaici veneto-bizantini non è altro che la trasposizione di questa situazione diciamo meteorologica, mentre la Vergine rappresenta al meglio Venezia, o viceversa. La città può considerarsi inviolabile, è protetta da mura che non potranno mai cadere o essere conquistate, cioè le acque del mare. Come Maria è, nella teologia, una creatura, ma diversa e speciale rispetto alle altre, così Venezia fa parte di questo mondo, ma è diversa da tutte le altre città, che sono “incatenate” sulla terra. Petrarca la definisce “mundus alter”, mondo diverso, fa parte di questo mondo, ma in modo assolutamente speciale, e anche la sua storia geopolitica di provincia bizantina in Occidente prima e di potenza occidentale in Oriente poi può essere intesa come un’ulteriore conferma di questo assioma. Come Maria è stata definita “porta del Cielo” (immagine di Giusto de’ Menabuoi), così anche Venezia, per secoli punto privilegiato di partenza per Gerusalemme e per il pellegrinaggio al Santo Sepolcro è un’immensa porta della salvezza.

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Giusto de’ Menabuoi, Battistero del Duomo di Padova, “Maria porta del Cielo”

Proprio per indicare questa costellazione di significati, Giovanni Bellini introduce per la prima volta nella pala di San Giobbe, dipinta nel 1487, un elemento che reinterpreta in chiave moderna la più antica tradizione veneziana, quella bizantina. Bellini infatti decide che le sue scene di pittura sacra devono rappresentare ambienti sacri e costruisce nelle proprie pale un’architettura che collochi le figure in vere e proprie chiese dipinte: e queste chiese lampeggiano di mosaici dorati che avvolgono le figure, in particolare la Vergine, di quella luce che riproduce fedelmente l’ambiente lagunare.

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Giovanni Bellini, Pala di San Giobbe, Gallerie dell’Accademia

D’altra parte la pittura belliniana non è nuova alla spiritualizzazione degli elementi paesaggistici: nella Resurrezione di Cristo che ora si trova alla Pinacoteca di Berlino, egli ambienta la scena, uno dei momenti caratteristici della storia sacra, in un tipico paesaggio veneto, riconoscibile per la scelta cromatica del cielo azzurro che si sposa con il verde della campagna, ma anche per un elemento ben più specifico che non poteva non essere familiare a chi guardava l’opera: sulla destra del quadro si staglia il colle con la rocca di Monselice, uno degli elementi paesaggistici più riconoscibili della Bassa Padovana. Questo elemento non è certamente “solo un contorno” nel quadro, svolge anzi una funzione fondamentale nello stesso: la sua presenza offre allo sguardo dello spettatore una figura verticale il cui scopo è quello di conferire all’immagine un movimento che coincida con il movimento ascensionale di Cristo verso l’alto dei cieli. Un Cristo che ancora una volta possiamo definire “bizantino” o quanto meno arcaico nella sua ieratica frontalità: è una figura che ci comunica subito che si situa al di là di questo mondo e la sua presenza rende sacro il paesaggio circostante, che invece è un paesaggio immediatamente riconoscibile come reale e tangibile. Nella pittura di Giovanni Bellini la sacralità arcaica viene recuperata, ma non è lo specchio di una realtà lontana e irraggiungibile, come poteva essere per l’oro dei mosaici bizantini, è anzi qualcosa che si trova tutto intorno allo spettatore: nella città di Venezia e nelle campagne del Veneto.

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Giovanni Bellini, Resurrezione (1475-79), Berlino, Gemaldegalerie

Giovanni Bellini comincia a firmare le proprie opere quando è quasi trentenne, alla metà degli anni 50 del Quattrocento, il padre Jacopo lo aveva formato nella sua bottega fino ad allora, e lo aveva reso un pittore umanista, come il fratello Gentile e come il “fratello adottivo” Andrea Mantegna, che aveva sposato Nicolosia, sorella di Giovanni. E pittore umanista Bellini si rivela in modo particolare nell’opera che segna il suo ingresso negli anni 60, la Pietà di Brera, in cui possiamo ammirare un Cristo che fa della perfezione fisica del suo corpo il modo per comunicare il raggiungimento della perfezione dell’ideale dell’essere umano, in perfetto parallelo con l’opera di Andrea Mantegna.

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Giovanni Bellini, Pietà, 1460, Milano, Pinacoteca di Brera

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Andrea Mantegna, San Sebastiano, 1459, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Il Cristo Morto di Mantegna, dipinto nel 1490, 30 anni dopo la strepitosa Pietà del cognato, rappresenta un altro momento spirituale della storia della pittura in Italia, in esso sono presenti in nuce le ansie spirituali del Cinquecento, condensate nelle figure piangenti, appena accennate, a lato del corpo di Cristo.

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Andrea Mantegna, Cristo Morto, 1490, Milano. Pinacoteca di Brera

Questa inquietudine, che pure sarà fortissima a Venezia nel sedicesimo secolo, non tocca, o meglio sfiora soltanto, Giovanni Bellini il grande pittore dell’oro e della luce, colui che più di ogni altro ha reso tangibile il sogno di rendere Venezia una nuova Costantinopoli, dopo che la prima era caduta in mano ai Turchi nel 1453.

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