Il pittore e la morte – Caravaggio in Sicilia

Se qualcosa colpisce immediatamente in due dipinti di Caravaggio conservati in Sicilia, la Resurrezione di Lazzaro di Messina e il Seppellimento di santa Lucia di Siracusa, è lo stato delle tele, caratterizzate da un diffuso color terra, che le rende, ad un primo sguardo, difficilmente leggibili, quasi trascurate.

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Caravaggio, Resurrezione di Lazzaro, Messina, Museo Interdisciplinare Regionale

“E’ questo il caso anche della Resurrezione di Lazzaro, proveniente dal Museo Regionale di Messina. Nonostante il dipinto sia stato spesso descritto come in pessime condizioni, non si può definire cattivo il suo stato di conservazione; l’impressione è legata al fatto che la composizione “si vede male”, fattore che ha da sempre condizionato gli interventi di restauro -quattro in quattro secoli- nel tentativo di aumentare la leggibilità delle figure, non comprendendo l’originale tecnica esecutiva caravaggesca. Va comunque evidenziato che il fenomeno dell’alterazione della vernice era talmente accentuato da disturbare ed effettivamente distogliere l’attenzione dalla estrema efficacia della rappresentazione.” Parole prese dal sito dell’Istituto Centrale per il Restauro http://www.icr.beniculturali.it/pagina.cfm?usz=5&uid=67&rid=33. L’impressione dei dipinti siciliani di Caravaggio è qualcosa di fortissimo, non solo da un punto di vista artistico, ma proprio da un punto di vista spirituale.
La vulgata caravaggesca è purtroppo ancora quella del pittore maledetto, dell’uomo sensuale sensualissimo, dedito alle bisbocce, dissoluto, rifiutato dagli ambienti ecclesiastici proprio perchè scapestrato e “sulla cattiva strada”, Roberto Longhi lo ha descritto come un materialista dialettico ante litteram, come un portavoce di un realismo assolutamente non magico, come colui che canta anacronisticamente un riscatto sociale e solo sociale.
Che quest’uomo fosse in mezzo ad una disputa teologica che avrebbe deciso lo sviluppo della chiesa per i secoli a seguire non viene comunemente percepito, che le pennellate del maestro, le sue improvvise sterzate di luce che appaiono sullo sfondo scuro come la pece siano la trasposizione delle preghiere di san Filippo Neri, e di una tradizione che lega personaggi diversi come Giovanni della Croce e Giordano Bruno, non giunge ai più. Del barocco, di cui Caravaggio è tra i padri putativi, conosciamo le paure delle morte di ascendenza gesuitica non le straordinarie geometrie di Borromini. Questa, però, è un’altra storia, almeno parzialmente.
Torniamo a Caravaggio e al suo arrivo in Sicilia. Il maestro giunge nell’isola da condannato a morte, dopo aver offeso il papa e i cavalieri di Malta. Forse ha ucciso un uomo in una disputa di gioco, o forse quella disputa era un primo tentativo di omicidio, non possiamo saperlo esattamente, le due opzioni non cambiano il fatto che Caravaggio arriva in Sicilia da condannato a morte, eppure Marco Minniti, pittore e vecchio amico, lo ospita e gli trova delle commissioni per importanti chiese di Siracusa e Messina. Non il modo migliore per mantenere l’anonimato, ma forse la speranza era quella che i Colonna o il partito borromaico riuscissero ad ottenere la grazia per il pittore.

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Caravaggio, Davide con la testa di Golia, Roma, Galleria Borghese

Eppure il Caravaggio siciliano sembra consapevole che la morte lo aspetta: già aveva lasciato Malta identificandosi nella testa tagliata di Golia eppure l’impressione del dipinto per la chiesa di Santa Lucia a Siracusa, il santuario che commemora il luogo della morte della santa portatrice di luce, è fortissima. Lo sfondo del dipinto non è il classico nero caravaggesco, ma un marrone terreo e quasi disciolto. Si dice che questa scelta cromaticamente strana sia dovuta alla fretta, alla difficoltà di reperire i pigmenti, alla possibilità che non sia stato possibile asciugare bene la pittura o che manchi l’ultima mano di vernice.

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Caravaggio, Seppellimento di Santa Lucia, Siracusa, chiesa di Santa Lucia

Forse, in fondo il dipinto è non finito, manca almeno una parte di braccio della santa e la parte bassa del quadro sembra decisamente non essere stata dipinta, eppure tutto nel quadro ha una sua logica, tutto si tiene, e anche la scelta di lasciare qualcosa di non descritto sembra quasi voluta, o almeno sensata. Il colore uniforme dello sfondo sembra proprio essere quello della terra, che è in fondo la grande protagonista del dipinto. La Santa sta tornando alla terra, si sta quasi sciogliendo in essa, due monumentali lavoratori stanno scavando la fossa in cui verrà deposta, i loro corpi formano quasi una mandorla che abbraccia il corpo senza vita di Lucia. Noi la vediamo così, dal basso, la scena è storia, ricordo, il momento in cui, attraverso la morte della santa, è nata la chiesa siracusana, che secondo la leggenda sarebbe stata la prima fondata da Pietro in terra italiana. Non a caso il corpo morto di Lucia si identifica con quello dipinto anni prima per rappresentare la morte della Vergine.

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Caravaggio, Morte della Vergine, Parigi, Museo del Louvre

In questo funerale dignitoso di Siracusa, celebrato da un prete bambino, la cui stola rossa è l’unico momento di colore del quadro, e benedetto da un vescovo ignoto, confuso tra la folla, privo di volto, c’è la magia di una chiesa semplice e primitiva, uno degli elementi forti della predicazione di Cesare Baronio, erede di san Filippo Neri alla guida degli Oratoriani.
Rimane la scelta “forte” di rappresentare Lucia nel momento del seppellimento, con la gola tagliata in modo evidente (pare che in origine Caravaggio avesse dipinto la testa separata dal corpo per poi correggersi o essere corretto), la scelta operata da un uomo, ricordiamolo, che era un condannato a morte, che in tutti i quadri del suo ultimo periodo ha rappresentato la morte in modo autobiografico. Eppure una morte che chiaramente viene sconfitta anche nei suoi momenti di apparente trionfo.
E’ soprattutto il caso dell’eccezionale Resurrezione di Lazzaro che si trova al Museo Interdisciplinare di Messina e alla quale sono rivolte le parole che si trovano all’inizio di questo articolo. Anche qui Caravaggio cita se stesso, la posa di Cristo è la stessa che si trova nella “Vocazione di Matteo” per la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma, il gesto di Cristo che chiama a sè un discepolo è uguale, con la mano che si trova in più nella stessa posa di quella di Adamo nella volta michelangiolesca della Sistina.

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Caravaggio, Vocazione di san Matteo, Roma, San Luigi dei Francesi

Eppure questa volta la luce è impossibile, anche per un dipinto caravaggesco, non è il geometrico raggio romano, ma sembra arrivare dal basso, ancora una volta dalla terra, quella stessa terra che si preparava a Siracusa ad accogliere Lucia. La luce scivola morbida intorno al corpo di Gesù, il suo volto è però lasciato in penombra, quasi indistinguibile dallo sfondo, ancora una volta un gioco del “non finito”? Forse, o forse ogni spettatore è chiamato a dare egli stesso un volto a Cristo.
Il centro del quadro è ovviamente Lazzaro, il cui ombelico occupa anzi il centro della tela. L’ombelico, perchè Lazzaro è il primo uomo di una nuova generazione, nato da Cristo, come Adamo era nato dal Padre. E Lazzaro è rappresentato nel momento esatto in cui riprende vita: e la vita riprende dalle mani, che Caravaggio riesce a dipingere in una contrazione, in uno spasmo, il segnale di una vita che ritorna, forse portata nuovamente nel corpo da Maddalena, che letteralmente infonde vita nelle narici del fratello avvicinando il volto al suo in modo tale che sembra trasmettergli il respiro stesso.

Di solito il corpo di Lazzaro puzza, è un elemento che la pittura, da Giotto in poi, ha reso parte dell’iconografia tradizionale, di solito nella scena c’è sempre qualcuno che si copre il naso e la bocca.

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Giotto, Resurrezione di Lazzaro, Padova, Cappella degli Scrovegni

Qui no. In Caravaggio, Maddalena respira nelle narici di Lazzaro, Marta guarda ammirata. un uomo lo sostiene mentre il suo corpo riprende vita, una folla incerta di lavoranti e discepoli, guarda Cristo, si lascia colpire dalla luce, ma soprattutto vede. Un discepolo, di cui vediamo solo la parte alta della testa, sembra alzarsi sulla punta dei piedi per vedere il miracolo. E non per insistere, ma il verbo giusto è proprio vedere, perchè tutti i personaggi sono estremamente consci di ciò che sta accadendo. E non c’è fraintendimento, Lazzaro è proprio morto. Anche lui, come la santa Lucia di Siracusa, sta per essere messo nella terra, uno dei lavoranti ha appena aperto il sepolcro per lui, è avvolto dal sudario e dal sudario cadono delle ossa, che non possono essere che le ossa stesse di Lazzaro. Era morto, ma è tornato alla vita.
Lazzaro, come Lucia, è un’immagine della chiesa, è il simbolo di un inizio capace di vincere nonostante le tenebre circostanti sembrino essere fitte, pesanti come la terra. La poetica di Caravaggio pittore è questa, quella di un cristianesimo che vuole essere umile e spirituale nel momento in cui invece la chiesa si orientava a voler essere (o rimanere) un attore politico, abbracciando la magniloquenza spagnoleggiante del messaggio gesuitico. Quella magniloquenza che negli stessi anni della fuga e della morte di Caravaggio produrrà la lunga contesa dell’Interdetto veneziano, in una storia che sembra lontana, ma non lo è e che probabilmente un’altra volta racconteremo.
Soprattutto però, nel momento in cui dipinge questi ultimi quadri in terra di Sicilia, Caravaggio vuole essere, anzi è, Lucia e Lazzaro, morti e immortali.

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Giuseppe Cilione
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