Uno sguardo a: “Con i piedi per terra”

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È nelle edicole padovane da qualche giorno il secondo numero di Con i Piedi per Terra, una rivista bimestrale che porta l’ambizioso sottotitolo di “una guida alla conoscenza del territorio”, promettendo in copertina di occuparsi di arte, storia e natura, prodotti tipici.

La specificazione è importante, perché spesso in questi tempi le parole tendono a perdere di senso concreto e a diventare un ritornello retorico che si sente di continuo fino ad essere annullato dalle nostre orecchie come uno dei tanti rumori di fondo che caratterizzano la nostra vita.

La parola “territorio” rischia di essere uno di questi rumori di fondo, si parla tanto e spesso di tutela del territorio, di difesa del territorio, di prodotti del territorio, di territorialità in pericolo, eccetera, ma prima e dopo questi discorsi, nulla sembra cambiare nella vita intorno a noi.

Il significato di territorio non è altro che questo, la realtà in cui viviamo, se fossimo pesci da salotto il nostro territorio non sarebbe altro che l’acquario in cui nuotiamo tutti i giorni. I nostri confini non sono così tangibili come quelli di un acquario, certo, ma ciò non toglie che per noi sia importante conoscere l’acqua in cui ci muoviamo, sapere che è meglio non sporcarla e capire quale opportunità essa ci possa offrire.

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Ecco allora che ci conviene eliminare l’indefinita trasparenza dell’acquario per dare a “territorio” una manifestazione più tangibile ed otteniamo “arte, storia e natura, prodotti tipici”, cose concrete che rappresentano una ricchezza, un’opportunità, ma che spesso si trovano in pericolo nel mondo contemporaneo in quanto sembrano contrarie ad una logica di consumo continuo e irrazionale che deve rinnovarsi molto velocemente, altrimenti ci accorgeremmo dell’inutilità dei valori che esso propone.

Il campo d’azione di Con i Piedi per Terra ci riporta invece ad una realtà che è stata per secoli parte dello stile di vita e della storia del Veneto dal Medioevo all’Ottocento. Prima le grandi abbazie, soprattutto benedettine, in seguito la civiltà della villa si sono occupate del territorio in questo senso: bonificando le paludi, canalizzando le acque, arricchendo la terra, dedicandosi alla coltivazione o all’allevamento di specie selezionate con cura, creando luoghi in cui vivere secondo ritmi cadenzati, ma in cui ci fosse spazio per la ricerca e la meditazione, per l’arte intesa come arricchimento della vita allo stesso modo in cui potesse essere la produzione di frutti della terra. La rivista si occupa primariamente di un territorio ricco di queste testimonianze, la Bassa Padovana e l’alto Polesine, in sostanza i territori segnati dal corso dell’Adige e dei suoi affluenti. Qui troviamo le maestose città murate come Montagnana, Este e Monselice, le abbazie benedettine un tempo numerosissime, fra le quali spicca quella ancora attiva di Carceri, le ville opera spesso di grandi maestri come Palladio e Sansovino, attivi ad esempio a Montagnana, Fratta Polesine e Candiana, dove si trova anche un inaspettato trionfo rococò nel duomo costruito con il mecenatismo della famiglia Albrizzi.

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Con i Piedi per Terra cerca di proseguire su questi insegnamenti, naturalmente ricollegandosi alle conquiste dei nostri tempi, che permettono di ridurre la fatica naturalmente connessa ai lavori della terra e che spesso possiamo dimenticare in ricostruzioni troppo bucoliche ed idealizzate. Lo scopo della rivista sembra essere di sapersi tenere in equilibrio fra il passato, visto come una fonte di esperienza e dunque insegnamento, e il futuro, che prospetta sempre nuove sfide che vanno affrontate con consapevolezza dei propri mezzi e soprattutto dei propri obiettivi, che si spera riescano a guarire parte delle ferite che sono state inferte al territorio da un trattamento troppo spesso dissennato e irrispettoso da parte delle persone stesse che lo vivono.

L’augurio che facciamo alla rivista è quello di riuscire un giorno ad occuparsi di un quarto argomento che vada ad aggiungersi ai tre già presenti in copertina. Arte, storia e natura e prodotti tipici sono infatti tre elementi importanti, ma essi sono pur sempre degli “oggetti”, dei prodotti dell’attività di qualcuno. Essi ci parlano dei loro produttori, certo, ma sempre in una voce indiretta, l’augurio è dunque quello di arrivare a far parlare in primo piano le persone, i protagonisti di un mondo che si spera avviato al cambiamento e alla ricerca di un significato in ogni gesto.

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