L’altro Brenta: la Certosa di Vigodarzere

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Mentre infuriava la Guerra della Lega di Cambrai (1508 – 1516) il Veneto tenne il fiato sospeso. La regione era percorsa da eserciti di varie provenienze e nazionalità, le truppe tedesche imperiali tennero a lungo sotto assedio Padova, che prima aprì le porte agli invasori, poi li cacciò sostenendo le milizie veneziane guidate da Andrea Gritti.

Il Gritti pensò subito a fortificare la città appena ripresa, le antiche mura trecentesche non bastavano più a difenderla. Nacque così la nuova cinta muraria di Padova, in parte ancora visibile. L’esercito imperiale era però particolarmente temibile perché equipaggiato di potenti bombarde che potevano ridurre in frantumi le fortificazioni nemiche. Fu così necessario abbattere un gran numero di edifici perché l’artiglieria tedesca non potesse avanzare al coperto, ma dovesse esporsi al tiro dei difensori che avrebbero potuto colpirla da sopra le mura.

Fra gli edifici abbattuti ci fu la quattrocentesca certosa di Padova, dedicata ai santi Geronimo e Bernardo.

Finita la guerra, l’ordine certosino decise di ricostruire l’abbazia in un luogo più lontano dalla confusione cittadina, che favorisse le attività di meditazione dei monaci. Scelse un luogo vicino al paese di Vigodarzere, fra le anse del Brenta, in una terra ricca di acque e produttiva, protetta dal fiume serpeggiante dai clamori e dalle minacce del mondo.

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I monaci chiamarono a dirigere i lavori per la nuova abbazia l’architetto bergamasco Andrea Moroni, che era già attivo a Padova dove aveva ristrutturato completamente il Palazzo del Podestà (ancora oggi sede del Municipio), che porta il suo nome, e dove svolgeva l’incarico di capocantiere per la ristrutturazione della basilica di Santa Giustina.

Tutte le certose sono costruite su imitazione del modello del monastero fondato per la prima volta da san Bruno di Colonia e da sei compagni sulle Alpi francesi. Il modello architettonico prevede dettagliatamente la disposizione degli spazi comuni, come refettorio e biblioteca e degli spazi riservati ai singoli monaci, suddivisi in piccole celle per favorire la meditazione personale che andava accompagnata al lavoro comunitario nei campi e negli spazi comuni. I centri della vita monastica erano i vari chiostri, che suddividevano l’ambiente in modo armonioso, quasi musicale e che univano le funzioni di meditazione e di preghiera.

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A Vigodarzere Andrea Moroni pensò una struttura imponente, adatta per ospitare un buon numero di monaci, ma il monastero non raggiunse mai l’importanza che i generali dell’ordine certosino avevano sperato, il Cinquecento era un secolo difficile per i monasteri, la Riforma protestante aveva attaccato con forza i monaci, dipingendoli spesso a tinte fosche e considerandoli privilegiati che non portavano niente alle comunità che li dovevano invece mantenere. E questo aveva portato, anche nel mondo cattolico, alla nascita di nuovi ordini religiosi che si adattavano meglio ad una civiltà nuova e sempre più urbana.

La Certosa di Vigodarzere nasceva in un certo senso già antiquata, legata a stili di vita e di pensiero ancora medievali, come la fuga dal mondo, la ricerca della pace legata al lavoro dei campi. Nel mondo cinquecentesco le vaste distese di terra coltivabile non potevano più essere lasciate ai monaci, i patrizi veneziani e i nobili veneti in genere pensavano che la terra dovesse appartenere a loro e la “colonizzavano” sempre di più istituendo quella forma primitiva di azienda agricola che fu la villa veneta.

Il monastero sulle rive del Brenta resistette fino al 1768, quando la Serenissima Repubblica chiuse per decreto tutte le installazioni religiose che ospitavano meno di dodici monaci e incamerò le loro proprietà per fare cassa a causa soprattutto delle difficoltà economiche portate dall’interminabile guerra di Creta. La terra e gli edifici furono acquistati all’asta dai marchesi Zugno nel 1780, che cercarono di adattare la struttura proprio a villa di campagna, trasformandola in parte secondo il loro gusto.

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Il risultato, visibile ancora oggi, è un ibrido fra la villa settecentesca e le forme monastiche, che rimangono riconoscibili soprattutto nella struttura dei chiostri e nella “mura” che circonda l’edificio, dalle spiccate forme medievali.

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La Certosa non ha avuto una storia fortunata, la guerra è stato il motivo che ha accompagnato quasi tutta la sua storia, dalla guerra di Cambrai, a quella di Creta, fino al Novecento, quando fu usata come caserma durante la prima guerra mondiale e come polveriera nella seconda, quando inoltre divenne un luogo di rifugio e di raccolta per gli sfollati causati dai bombardamenti.

Queste esperienze hanno fortemente segnato l’edificio, che versa in uno stato di degrado che si nota a prima vista. Eppure questa grande casa monastero immersa nel verde, a poche decine di metri dalle sponde del Brenta e a pochi chilometri dalla confusione del traffico padovano conserva ancora un fascino che resiste al tempo e alla decadenza.

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