Villa Widmann – Mira (VE)

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Il nome forse eccessivamente lungo di villa Widmann Rezzonico Foscari è dovuto ad un’oculata politica matrimoniale che avrebbe dovuto portare una famiglia al centro della politica veneziana. Un’ascesa che in parte avvenne, come testimonia la presenza di molti personaggi illustri del Settecento lagunare ed europeo nella piccola villa sulle rive del Brenta, che ospitò Goldoni, Mozart e Goethe.

Non a caso due di questi erano di lingua tedesca, i Widmann sono un’antica famiglia carinziana, trasferitasi a Venezia nel Quattrocento per motivi d’affari. Erano dunque nobili imperiali, ma non patrizi veneziani, non appartenevano cioè alla ristretta cerchia di famiglie che si spartivano l’accesso alle cariche pubbliche della Serenissima repubblica. Erano insomma ricchi, ma in un certo senso si sentivano esclusi dall’elite dirigente, fuori dal potere reale, o semplicemente condannati a rimanere per sempre foresti.

La leggenda vuole che i Widmann avessero contattato per la decorazione della Villa Giambattista Tiepolo, pittore che avrebbe con la sua sola presenza garantito il conseguimento di uno status sociale, e che questi avrebbe accettato la committenza, con il patto che avrebbe prima finito l’affresco per i Pisani a Stra.

Fu però chiamato a Madrid dal re di Spagna, completò l’affresco di Stra con una velocità che lasciò stupiti i contemporanei e partì verso la committenza più nobile e remunerativa.

Ai Widmann non restò che chiamare il quadraturista della bottega tiepolesca, Francesco Mengozzi Colonna, che era rimasto a Venezia, dicono a causa dell’età e dovettero cercare un rimpiazzo per gli affreschi.

Giuseppe Angeli era un pittore le cui quotazioni erano in crescita sulla scena veneziana, di lì a qualche anno sarebbe diventato presidente della neonata Accademia di Belle Arti, occupando un altro posto che era già stato del Tiepolo.

Il salone delle feste era il centro della villa settecentesca e a quello di villa Widmann fu dedicata particolare attenzione. Fu realizzato sfondando il soffitto della parte centrale della villa: un ballatoio segna la demarcazione fra i due livelli, questa balaustra era lo spazio riservato all’orchestra, di conseguenza l’acustica delle sale veniva studiata affinchè la musica scendesse verso i danzatori a cui era riservato l’intero piano terra.

Mengozzi Colonna eseguì le sue quadrature, elemento tipico della decorazione rococò, un insieme di elementi fitomorfi e grottesche di vario genere che, attraverso un effetto di trompe-l’oueil, dessero l’illusione della tridimensionalità scultorea. All’interno delle cornici così create lavorò Giuseppe Angeli.

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Il progetto decorativo vuole rappresentare una sorta di sintesi della storia mondiale, anche se in modo congeniale alla mente settecentesca che procede per allegorie e sovrapposizioni. Il culmine di questo mondo ideale racchiuso in un ambiente privato è l’affresco del soffitto, dal significativo titolo de La gloria della famiglia Widmann. L’apoteosi della famiglia è simboleggiata da un personaggio che sale al cielo tenendo in mano i simboli araldici dello stemma del casato, il crescente lunare e il giglio. Questi oggetti vengono presentati come se si trattasse di un omaggio ad una figura che raccoglie in se le caratteristiche dell’Onore, ma anche di Giunone, la regina del cielo, e di Venezia, tre concetti che erano considerati all’epoca contigui e dunque raffigurabili in un’unica personificazione. Questa offerta è sormontata da un’altra figura che si toglie una maschera, che si rivela essere un sole radioso, è la Verità che sancisce il raggiungimento da parte dei Widmann della gloria che ad essi compete. Al di sotto delle nuvole si trovano quattro figure che personificano le quattro stagioni, in primo piano si trovano la Primavera (di fronte) e l’Autunno (di spalle), a significare che esse accoglievano e salutavano i signori all’inizio e alla fine della loro villeggiatura, Estate ed Inverno sono invece seminascosti tra le nuvole. Le quattro figure garantiscono però la presenza dell’intero ciclo annuale, cioè dell’eternità, alla scena che sta prendendo forma al di sopra dello loro teste, che assume dunque il valore di un evento epocale.

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Intorno al ballatoio, al primo piano, Angeli eseguì delle pitture a monocromo in una tinta che ricorda quella del bronzo, dove sono rappresentati episodi della storia romana: Muzio Scevola, Coriolano, Marco Curzio. Scene di sacrificio e di amor di patria, che ricordassero la virtù dimostrata dai Widmann nel loro rapporto con Venezia nonchè la loro pura e semplice integrità morale.

Al piano terra torniamo ancora più indietro nel tempo, all’epoca che per Erodoto e altri scrittori aveva segnato l’inizio della storia stessa: quella della guerra di Troia. Le due grandi scene che decorano le pareti est ed ovest della villa rappresentano due stati d’animo e due momenti opposti: si tratta del ratto di Elena e del Sacrificio di Ifigenia.

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Nella prima scena tutto è esuberanza, forza e gioia di vivere. Paride viene rappresentato come un giovane guerriero dalla carnagione scura, che solleva un’Elena niente affatto recalcitrante per caricarla sulla sua nave, intorno i suoi uomini sono indaffarati a sciogliere le gomene ed issare le vele, che stanno già per essere gonfiate dal vento, che rende vivace anche il mare, come si può notare in un angolo dell’affresco.

Elena è raffigurata come una nobildonna veneziana, le perle che porta tra i capelli sono un segno di rango sociale di nascita e di status acquisito con il matrimonio. Le perle erano il simbolo della purezza delle signore veneziane, per questo le portavano solo le donne sposate, che attraverso il loro matrimonio avevano compiuto un percorso civile ed umano che le rendeva quasi perfette, come i preziosi che acquistavano il diritto di portare. Questo sistema di valori, espresso anche attraverso la pittura dei grandi maestri cinquecenteschi, era stato funzionale al mantenimento dell’oligarchia tradizionale, costituita da poche famiglie suddivise in molti rami che si sposavano fra loro per favorire la trasmissione del potere unicamente nel contesto dell’oligarchia.

Passiamo al secondo affresco, che vede protagonista un’Ifigenia spossata dalla tristezza. La leggenda è abbastanza nota: i Greci avevano radunato in Aulide la loro grande flotta per muovere guerra a Troia, ma non riuscivano a salpare perchè il mare era imperturbabile, sempre in bonaccia. Agamennone, condottiero dell’armata, decise  di interpellare l’indovino Calcante per sapere quale fosse il motivo di quell’evidente segno di disapprovazione divina nei confronti dell’impresa. La risposta fu secca: era colpa sua. Andando a caccia, aveva ucciso una cerva sacra alla dea Diana, e questa era offesa con lui, per riparazione chiedeva che il re le offrisse in sacrificio la più amata delle sue figlie, Ifigenia. Nel mito greco la storia porterà infiniti lutti alla famiglia di Agamennone, ma nella rappresentazione il tema è addolcito, quasi come fosse mescolato al Sacrificio di Isacco, vediamo infatti Calcante che ferma la mano di Agamennone che brandisce il pugnale, mentre una cerva appare a sostituire la giovane sull’altare del sacrificio, e tutto si risolve in una teofania di Diana, che risolve la situazione. Nel mito originario, Ifigenia veniva salvata, ma all’insaputa del padre e di tutti gli astanti, qui la cosa è palese e manifesta a tutti.

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Se Elena era rappresentata come una nobildonna matura, Ifigenia è una giovane sposa, intorno al collo porta le fasce blu, che le giovani indossavano nel giorno del matrimonio. Il matrimonio di Ifigenia era però un inganno, le era stato infatti detto che avrebbe dovuto raggiungere il padre perchè gli dei avevano decretato che la spedizione di guerra avrebbe avuto successo se lei avesse sposato Achille, il più bello e valoroso degli eroi. Un matrimonio mancato, e navi che non riescono a salpare. L’associazione di idee con la situazione contemporanea in cui la flotta veneziana era bloccata nei porti, non dominava più i mari come era stato ai tempi eroici della Serenissima sembra evidente e quindi il matrimonio che non si verifica coinciderebbe con lo sposalizio con il mare, cerimonia secolare che contrassegnava il regime dogale. Allora forse prende senso anche l’intervento salvifico di Diana, che appare come l’unica figura le cui vesti sono mosse da un vento impetuoso e che sfoggia sulla fronte il crescente lunare, simbolo della sua divinità, ma anche evidente riferimento ai Widmann, che potevano presentarsi in società come la speranza di un nuovo soffio vitale per Venezia.

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